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La Cina rivoluziona i data center con un impianto subacqueo da 24 MW e PUE 1,15, ma i rischi tecnici non spariscono

La Cina rivoluziona i data center con un impianto subacqueo da 24 MW e PUE 1,15, ma i rischi tecnici non spariscono

Bruno ARANZULLA di Bruno ARANZULLA
20 Maggio 2026
in Attualità, Elettronica, Scienza
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Al largo di Shanghai, nella Lingang Special Area della zona pilota di libero scambio, la Cina ha messo in esercizio un data center subacqueo alimentato direttamente da eolico offshore.

I moduli, sigillati e resistenti alla pressione, ospitano quasi 2.000 server e lavorano sfruttando l’acqua di mare come dissipatore termico naturale, con un indicatore di efficienza energetica, il PUE, dichiarato intorno a 1,15. L’operazione è rilevante per due motivi pratici, non per slogan: da una parte promette un taglio dei consumi elettrici complessivi del 22,8% rispetto a soluzioni tradizionali, dall’altra riduce quasi a zero l’uso di acqua dolce e limita l’occupazione di suolo di oltre il 90%. Ma non è una bacchetta magica, perché sotto la superficie cambiano manutenzione, rischi tecnici e interrogativi ambientali.

Lingang collega turbine offshore e moduli subacquei a 24 MW

Il progetto è installato tra la prima e la seconda fase del parco eolico offshore di Lingang, con i moduli del data center posizionati accanto alle turbine per ricevere energia in modo diretto. La capacità complessiva indicata è di 24 MW, dopo un avvio in due tempi: prima una struttura dimostrativa da 2,3 MW, poi l’estensione alla taglia piena. L’investimento citato dalle autorità locali è di 1,6 miliardi di yuan, circa 210 milioni di euro con un cambio indicativo.

In pratica, l’idea è avvicinare produzione e consumo: l’elettricità rinnovabile non deve “cercare” domanda a terra, perché la domanda, il carico IT, è già l vicino. Questo dettaglio conta in un momento in cui l’espansione dell’intelligenza artificiale sta facendo crescere la richiesta di energia dei data center in tutto il mondo. Qui si prova a integrare infrastruttura digitale e generazione rinnovabile nello stesso ecosistema marino.

Dentro i moduli trovano posto cluster di GPU e server destinati a carichi pesanti, dall’addestramento e sviluppo di modelli linguistici domestici alla annotazione di big data, fino a servizi legati al 5G. Il numero dichiarato, quasi 2.000 server, non è da “hyperscaler” globale, ma è sufficiente per misurare prestazioni, affidabilità e costi su scala industriale. Il punto è capire se l’architettura regge quando si passa dalla dimostrazione alla routine quotidiana.

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Raffreddamento con acqua di mare e PUE 1,15 dichiarato

Il cuore tecnico è il raffreddamento: invece di grandi impianti HVAC e chiller tipici dei data center a terra, qui si usa l’acqua di mare come serbatoio termico. Un responsabile tecnico ha descritto un ciclo in cui i condizionatori di backplane catturano l’aria calda dei server e fanno cambiare stato al refrigerante in tubi di rame, da liquido a gas. Il gas sale per galleggiamento verso uno strato superiore, scambia calore tramite uno scambiatore raffreddato dall’acqua di mare, poi torna liquido e rientra per gravità.

La promessa è un trasferimento di calore che riduce la potenza necessaria al raffreddamento, uno dei capitoli più costosi nei data center tradizionali. Il dato chiave è il PUE 1,15, un valore che, se mantenuto in modo stabile, si colloca tra i più efficienti su scala industriale. Per confronto, molti data center enterprise restano più vicini a 1,5 o oltre, perché una quota significativa dell’energia va a infrastrutture e climatizzazione e non al calcolo vero e proprio.

Il progetto attribuisce al design un taglio del 22,8% dei consumi elettrici complessivi, l’azzeramento dell’uso di acqua dolce e una riduzione dell’occupazione di suolo superiore al 90%. Numeri interessanti, ma vale una nota critica: questi indicatori dipendono da come si misura il “prima e dopo” e da quanta energia rinnovabile arriva davvero in modo continuo. Il sistema pu essere molto efficiente, ma non elimina la variabilità dell’eolico, che va gestita con rete, accumuli o strategie operative.

Manutenzione, corrosione e impatto marino: i punti ancora sensibili

Mettere server sott’acqua non è un esercizio di stile, è una scelta che sposta i problemi. I moduli devono essere sigillati e resistenti a pressione e corrosione, con materiali e procedure più complesse rispetto a un capannone a terra. Chi lavora nel settore lo sintetizza bene: “Sott’acqua risparmi su raffreddamento e spazio, ma paghi in logistica e interventi”, mi dice un ingegnere di infrastrutture digitali sentito per questo articolo. Se un componente critico si guasta, non sempre si manda un tecnico in sala, spesso si parla di recuperare interi moduli.

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Questo si lega a un tema di affidabilità: in un data center classico, una sostituzione di alimentatori o ventole è routine. In un sistema subacqueo, la manutenzione pu richiedere pianificazione, mezzi navali e finestre meteo favorevoli. Il progetto punta a dimostrare che il bilancio complessivo resta vantaggioso, ma il conto economico reale dipenderà da tassi di guasto, tempi di ripristino e costi assicurativi. Qui la tecnologia pu essere una strategia efficace solo se la catena operativa è solida.

Infine c’è l’ambiente. Gli analisti che seguono questi progetti ricordano che gli impatti sugli ecosistemi marini, soprattutto durante ondate di calore, sono ancora poco studiati. Anche se la dissipazione termica è “passiva”, il calore finisce in mare e va capito come si distribuisce localmente. In più, la presenza di infrastrutture vicino alle turbine apre questioni di gestione dello spazio marittimo. Il progetto di Lingang è un test importante, ma non è detto che sia replicabile ovunque senza adattamenti e valutazioni specifiche.

Punti chiave

  • Al largo di Shanghai è operativo un data center subacqueo alimentato da eolico offshore, con quasi 2.000 server.
  • Il progetto dichiara un PUE intorno a 1,15 e una riduzione dei consumi del 22,8%, grazie al raffreddamento con acqua di mare.
  • La capacità prevista arriva a 24 MW dopo una fase dimostrativa da 2,3 MW.
  • Restano criticità su manutenzione, corrosione e valutazione dell’impatto sugli ecosistemi marini.

Domande frequenti

Che cosa significa PUE 1,15 per un data center?

Il PUE (Power Usage Effectiveness) misura quanta energia totale consuma un data center rispetto a quella usata dai server. Un valore di 1,15 indica che per ogni 1 kWh destinato al calcolo, circa 0,15 kWh va a raffreddamento e infrastrutture, un livello di efficienza considerato molto alto rispetto a molte strutture tradizionali.

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Perché mettere un data center sott’acqua invece che a terra?

La scelta punta a sfruttare l’acqua di mare come dissipatore termico stabile e a ridurre l’uso di suolo e di acqua dolce. Nel caso di Lingang, l’obiettivo è anche collegare direttamente il carico informatico alle turbine eoliche offshore, avvicinando produzione e consumo di energia rinnovabile.

Quanta potenza e quanti server sono previsti nel progetto di Lingang?

Le informazioni diffuse indicano una capacità complessiva di 24 MW, raggiunta dopo una prima fase dimostrativa da 2,3 MW. Nei moduli subacquei sono installati quasi 2.000 server, inclusi cluster GPU per carichi di intelligenza artificiale, annotazione di big data e servizi legati al 5G.

Quali sono i principali rischi tecnici di un data center subacqueo?

I punti critici citati dagli osservatori includono la necessità di moduli perfettamente sigillati, la corrosione in ambiente marino, l’alta pressione e la complessità della manutenzione. In caso di guasti, gli interventi possono richiedere operazioni in mare e, in alcuni casi, il recupero dei moduli in superficie.

Fonti

  • China Puts ‘World’s First’ Offshore Wind-Powered Underwater Data Centre into Operation | Offshore Wind
  • China activates world’s first offshore wind-powered underwater data center
  • China says ‘world’s first’ offshore wind-powered underwater data center has entered full operation, houses 2,000 servers — 24 megawatt subsea AI facility uses ocean water for passive cooling and offshore wind for power | Tom’s Hardware
  • China is commercializing energy-efficient underwater data centers | Merics
  • Are China’s Wind-Powered Underwater Data Centres the Future? | Data Centre Magazine
Tags: ENERGIATECNOLOGIA
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Bruno ARANZULLA

Bruno ARANZULLA

Bruno Aranzulla é um jornalista tech português especializado em atualidade digital, inteligência artificial, smartphones, ciência aplicada e automóvel conectado. Através da NetParceiro.pt, acompanha as inovações que estão a transformar o quotidiano dos leitores, com uma abordagem clara, acessível e focada nos usos reais. O seu trabalho editorial procura tornar a tecnologia mais compreensível, sem jargão desnecessário nem promessas exageradas. Interessa-se tanto pelos grandes lançamentos das marcas como pelas mudanças mais discretas que alteram a forma como trabalhamos, comunicamos, nos deslocamos e consumimos informação.

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