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Il Giappone testa un motore ramjet Mach 5 a 1.000 °C, e il progetto potrebbe cambiare i voli intercontinentali per sempre

Il Giappone testa un motore ramjet Mach 5 a 1.000 °C, e il progetto potrebbe cambiare i voli intercontinentali per sempre

Bruno ARANZULLA di Bruno ARANZULLA
19 Maggio 2026
in Attualità, Mobilità
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Il Giappone ha completato un test a terra di un motore ramjet pensato per spingere un velivolo sperimentale a Mach 5, con temperature esterne che possono arrivare a circa 1.000 C.

La prova, condotta al Kakuda Space Center nella prefettura di Miyagi, ha simulato condizioni di volo estreme, verificando sia la combustione del ramjet sia il comportamento della struttura sotto stress termico. Dietro l’esperimento c’è una collaborazione che unisce JAXA e un gruppo di università, tra cui Waseda, l’Università di Tokyo e Keio. L’obiettivo dichiarato è costruire un banco di prova credibile per tecnologie che, un giorno, potrebbero rendere realistiche traversate transpacifiche in poche ore. È un traguardo tecnico, non un annuncio commerciale, e i passaggi mancanti sono ancora numerosi.

JAXA testa a Kakuda un ramjet Mach 5 a 1.000 C

Il cuore della notizia è il test in una struttura dedicata ai ramjet del Kakuda Space Center, dove i ricercatori hanno installato un velivolo sperimentale all’interno dell’impianto per riprodurre le condizioni di volo a Mach 5. A quelle velocità, l’aria compressa e le onde d’urto portano le temperature attorno alla cellula fino a circa 1.000 C, un livello che mette in crisi materiali, giunzioni e sensori se non sono progettati con margini elevati.

Durante la prova, il team ha validato tre aspetti che, messi insieme, sono la differenza tra un dimostratore “da laboratorio” e un veicolo che pu davvero volare: la protezione termica, il funzionamento delle superfici di controllo e la combustione del ramjet in un flusso ad alta velocità. JAXA ha indicato che la struttura di schermatura del calore ha mantenuto l’interno vicino a temperature normali, permettendo all’elettronica di bordo legata al controllo di operare senza anomalie.

C’è un dettaglio che dice molto sulla serietà dell’approccio: non si sono limitati a dire “funziona”, hanno anche misurato la distribuzione delle temperature sulla superficie per confrontarla con i metodi di analisi termo-strutturale. In pratica, stanno verificando se i modelli di calcolo predicono davvero dove si concentrano i picchi termici. È un punto spesso sottovalutato nel racconto pubblico, ma senza modelli affidabili ogni iterazione di progetto diventa più lenta e più costosa.

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Waseda e Università di Tokyo puntano al volo a 25 km

Il programma non nasce oggi. Il gruppo di ricerca ha iniziato a progettare il velivolo sperimentale nel 2013 e l’ultima prova ha simulato un volo a circa 25 km di quota, dove la pressione atmosferica è intorno a un centesimo di quella al livello del mare. Questo dato conta perché un ramjet, per definizione, “respira” aria: la combustione stabile diventa più difficile quando l’aria è rarefatta e il flusso è disturbato da onde d’urto e geometrie complesse.

Nel test è stato usato un velivolo sperimentale lungo circa 2 metri, descritto come circa un cinquantesimo della lunghezza di un ipotetico futuro aereo passeggeri. Qui vale una nota critica, senza giri di parole: scalare da un dimostratore di 2 metri a un velivolo operativo è un salto enorme, perché cambiano carichi, vibrazioni, gestione termica e integrazione dei serbatoi. Il test riduce l’incertezza su alcuni punti chiave, ma non “risolve” la complessità del sistema completo.

Un altro elemento interessante è la visione di un velivolo che decolla e atterra orizzontalmente, usando piste convenzionali. È una differenza netta rispetto a molte architetture spaziali e rende più credibile l’idea di un dimostratore che non richieda infrastrutture totalmente nuove. Un docente coinvolto nel progetto, Tetsuya Sato di Waseda, ha definito il risultato “un primo passo” e ha collegato l’obiettivo finale a una dimostrazione di volo reale, che è lo spartiacque tra ricerca a terra e applicazione pratica.

Idrogeno, onde d’urto e confronto con GE e Lockheed Martin

Il ramjet testato in Giappone è indicato come alimentato a idrogeno, e i ricercatori hanno misurato anche la distribuzione delle temperature dei gas di scarico per raccogliere dati sugli effetti ambientali potenziali di futuri sistemi di propulsione ipersonica. Questo punto è meno “spettacolare” della velocità, ma è inevitabile: se un domani si parla di trasporto civile o semi-civile, le emissioni e l’impatto in alta quota entreranno nella valutazione pubblica e regolatoria.

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La sfida tecnica resta brutale: a Mach 5 si formano onde d’urto attorno alla cellula e all’ingresso del motore, e il ramjet deve restare stabile in un flusso che cambia rapidamente. In parallelo, la protezione termica non serve solo a non fondere, serve a mantenere “vivibili” gli spazi dove stanno avionica e attuatori. Se l’elettronica smette di funzionare anche per pochi secondi, un velivolo ipersonico non concede seconde possibilità.

Fuori dal Giappone, la corsa all’ipersonico si muove anche in ambito difesa. Negli Stati Uniti, GE Aerospace e Lockheed Martin hanno annunciato test a terra di un ramjet avanzato con combustione a detonazione rotante, pensato per missili ipersonici. Il confronto è utile per capire il contesto: programmi diversi, scopi diversi, ma problemi fisici simili, dall’alimentazione stabile in quota alle prese d’aria che devono “domare” un flusso supersonico. Il test giapponese si colloca in questa stessa realtà tecnica, dove ogni passo avanti è misurabile, e ogni promessa va verificata in volo.

Punti chiave

  • Il Giappone ha validato a terra combustione e protezione termica di un ramjet per Mach 5.
  • Il test ha simulato condizioni di volo estreme, con temperature esterne intorno a 1.000 °C.
  • Il programma coinvolge JAXA e università, con obiettivo di arrivare a una dimostrazione in volo.
  • Sono stati raccolti dati su temperature di superficie e scarico per migliorare modelli e valutazioni ambientali.

Domande frequenti

Che cos’è un motore ramjet e perché è legato a Mach 5?

Un ramjet è un motore “air-breathing” che comprime l’aria grazie alla velocità del veicolo, senza compressori rotanti. Funziona bene in regime supersonico, dove l’energia del flusso in ingresso permette di ottenere compressione sufficiente per la combustione. Per questo è spesso associato a velocità ipersoniche come Mach 5, dove la gestione di prese d’aria, onde d’urto e combustione stabile diventa centrale.

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Qual è il risultato principale del test giapponese a Kakuda?

La prova ha verificato che, in condizioni equivalenti a Mach 5, il sistema di protezione termica del velivolo sperimentale può mantenere l’interno vicino a temperature normali, permettendo all’elettronica di controllo di operare. In parallelo, sono stati confermati il funzionamento delle superfici di controllo e la combustione del ramjet sotto condizioni ipersoniche simulate.

Perché la quota di 25 km è importante in questo tipo di test?

A circa 25 km la pressione è molto più bassa rispetto al livello del mare, circa un centesimo. Per un ramjet questo complica la combustione stabile e rende più critica la qualità del flusso in ingresso. Simulare quella quota serve a capire se motore e cellula possono lavorare insieme in un ambiente realistico per un velivolo ipersonico.

Che ruolo ha l’idrogeno nel ramjet citato dai ricercatori?

Il ramjet è descritto come alimentato a idrogeno e durante i test è stata misurata la distribuzione delle temperature dei gas di scarico. Queste misure servono a caratterizzare il comportamento del sistema e a raccogliere dati utili per valutazioni su possibili effetti ambientali di future propulsioni ipersoniche.

Fonti

  • Japan completes Mach 5 hypersonic engine test for 2-hour Pacific travel
  • Japan tests Mach 5 ramjet for hypersonic aircraft
  • Japan completes ground tests of Mach 5 ramjet for hypersonic aircraft program – AeroTime
  • Japan team has 1st successful engine test for Mach 5 aircraft, eyeing 2-hr trips to US – The Mainichi
  • Hypersonic Ramjet Engine Successfully Tested by GE, Lockheed
Tags: MOTORETECNOLOGIA
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Bruno ARANZULLA

Bruno ARANZULLA

Bruno Aranzulla é um jornalista tech português especializado em atualidade digital, inteligência artificial, smartphones, ciência aplicada e automóvel conectado. Através da NetParceiro.pt, acompanha as inovações que estão a transformar o quotidiano dos leitores, com uma abordagem clara, acessível e focada nos usos reais. O seu trabalho editorial procura tornar a tecnologia mais compreensível, sem jargão desnecessário nem promessas exageradas. Interessa-se tanto pelos grandes lançamentos das marcas como pelas mudanças mais discretas que alteram a forma como trabalhamos, comunicamos, nos deslocamos e consumimos informação.

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