Trino, provincia di Vercelli, torna al centro della partita energetica e industriale italiana: il governo punta a trasformare l’area dell’ex centrale in un campus che viene presentato come il futuro più grande data center d’Europa.
La scelta non è casuale, perché qui esistono già infrastrutture elettriche pesanti, nate prima con il nucleare e poi con il gas, oggi riutilizzabili senza dover costruire da zero nuove linee ad alta tensione. Il progetto si innesta su un territorio che negli ultimi mesi ha già visto muoversi investimenti legati alla transizione. A Trino è entrato in esercizio un grande impianto fotovoltaico con accumulo, e la logica è chiara: usare produzione rinnovabile e rete esistente per attrarre carichi digitali energivori, riducendo importazioni di elettricità e sostituendo generazione fossile. Sulla carta è un’operazione di rigenerazione industriale, nella pratica è anche un test di credibilità su consumi, acqua per il raffreddamento e ricadute locali.
Trino riusa la rete 220/380 kV dell’ex centrale
Il vantaggio competitivo di Trino sta sotto i piedi, nei cavidotti e nelle stazioni elettriche già presenti. L’area ha ospitato fino al 1987 la centrale nucleare Enrico Fermi da 260 MW e, dagli anni Novanta, la centrale a ciclo combinato “Galileo Ferraris” da 1.300 MW, poi dismessa nel 2013. Restano un sito industriale ampio e un collegamento diretto alla trasmissione nazionale, con una sottostazione 220/380 kV che riduce tempi e costi di connessione.
Per un data center, la disponibilità di potenza e la rapidità di allaccio contano quanto il terreno. Chi progetta queste strutture ragiona su continuità di servizio, ridondanza e capacità di espansione. Un tecnico di rete coinvolto in progetti simili, che preferisce non essere citato, la mette in modo brutale: “La differenza tra un’idea e un cantiere è spesso una cabina già pronta”. Qui la cabina c’è, e questo spiega perché un ex sito energetico venga visto come candidato naturale.
La riqualificazione di brownfield industriali è un tema caldo anche in Italia: in Lombardia, per esempio, è partito il primo data center di CyrusOne a Segrate, presentato dalle istituzioni locali come rigenerazione di un’area problematica. Trino gioca la stessa partita, ma con un profilo energetico ancora più marcato. La critica che circola tra amministratori e imprese locali è semplice: se la potenza arriva, bisogna garantire anche opere viarie, sicurezza e un dialogo trasparente su rumore, cantieri e impatti reali.

Fotovoltaico e batterie: 64 GWh annui a supporto
Il contesto energetico non è un dettaglio. A Trino è operativo un grande parco solare che, secondo stime tecniche, pu produrre circa 64 GWh l’anno, energia sufficiente per circa 21.000 famiglie. In un’altra quantificazione legata allo stesso intervento di transizione, si parla di copertura dei consumi di circa 47.000 famiglie, con un beneficio ambientale stimato in 56.000 tonnellate di CO2 evitate e la sostituzione di 29 milioni di m di gas.
Il punto chiave è la stabilità: il sito integra un sistema di accumulo agli ioni di litio con 25 MW di potenza e 100 MWh di capacità. Per un data center, che non pu permettersi micro-interruzioni, questi numeri contano perché aiutano la rete a gestire picchi e servizi di bilanciamento. Non significa “autonomia totale”, ma significa un ecosistema più robusto rispetto a un’area che dipende solo da produzione lontana e linee nuove.
Qui entra la parte meno romantica: un grande campus digitale spinge la domanda elettrica in modo continuo, non a “fasce” come molte attività industriali. Un analista del settore infrastrutturale, Marco R., osserva che “la decarbonizzazione non è solo mettere pannelli, è anche decidere dove mettere i consumi”. Se il data center cresce più in fretta delle rinnovabili locali, il rischio è di dover ricorrere a energia di rete non sempre verde. Il progetto, per reggere, deve legare espansioni e approvvigionamento pulito con contratti e pianificazione credibili.
Il modello Sines e la corsa europea ai campus AI
In Europa il precedente più citato è Sines, in Portogallo, dove l’area di una ex centrale a carbone è diventata un campus data center. L il progetto viene raccontato come un gigante da 1,2 GW e un investimento fisico da 10 miliardi di euro, con ulteriori 40 miliardi potenziali in hardware IT nel tempo. Il messaggio è chiaro: i siti energetici dismessi sono scorciatoie industriali, perché hanno connessioni e spazi, e spesso consenso politico legato alla riconversione.
Il tema non è solo “cloud”, è anche AI. Le architetture con GPU per addestramento e inferenza consumano molto e richiedono raffreddamento efficiente. In Italia, il mercato si sta muovendo: l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano segnala che tra 2022 e 2023 i fondi destinati ai data center sono cresciuti del 10%, un ritmo indicato come superiore a Germania, Francia e Paesi Bassi. Non è una gara di bandiere, è una gara di cantieri e permessi.
La parte critica, e qui vale la pena essere diretti, è che “più grande” non basta. Servono connessioni ultra-veloci, nuove soluzioni di trasmissione come HVDC, impianti rinnovabili dedicati e tecniche di raffreddamento a basso impatto. Se Trino diventa un hub, dovrà dimostrare di reggere anche sul fronte acqua, calore dissipato e accettabilità sociale, non solo su quello dei megawatt. Il progetto pu portare lavoro e filiere, ma senza metriche pubbliche su consumi e benefici rischia di alimentare diffidenza più che consenso.
Punti chiave
- Trino punta sul riuso di infrastrutture elettriche esistenti, inclusa una sottostazione 220/380 kV.
- Il sito è già inserito in una transizione energetica con fotovoltaico e batterie (25 MW, 100 MWh).
- Il confronto europeo con Sines mostra che i campus data center nascono spesso su ex siti energetici.
- La sfida non è solo la potenza disponibile, ma anche raffreddamento, rete e accettabilità locale.
Domande frequenti
Perché Trino è considerata adatta a un grande data center?
Perché è un ex polo energetico con infrastrutture già presenti: area industriale ampia, collegamenti alla rete di trasmissione e una sottostazione 220/380 kV. Questo riduce la necessità di nuove linee e accelera l’iter tecnico rispetto a siti “vergini”.
Che ruolo hanno fotovoltaico e accumulo nel progetto di Trino?
Il fotovoltaico locale può produrre circa 64 GWh l’anno e il sistema di batterie (25 MW, 100 MWh) aiuta la stabilità della rete e la gestione dei picchi. Non garantisce da solo l’alimentazione completa di un campus data center, ma migliora l’affidabilità e la quota rinnovabile disponibile nell’area.
Esistono esempi europei simili di riconversione di ex centrali?
Sì, Sines in Portogallo è spesso citato: un ex sito a carbone trasformato in campus data center con ambizioni di scala gigawatt. È un modello che mostra perché i siti energetici dismessi, con connessioni e spazi, siano appetibili per infrastrutture digitali.
Quali sono le criticità principali per un data center di grandi dimensioni?
I nodi più discussi riguardano consumi elettrici continui, raffreddamento e impatti locali (cantieri, rumore, viabilità). Sul piano di sistema contano anche la disponibilità di rinnovabili dedicate, la capacità di rete e la trasparenza su metriche ambientali e benefici economici.




