L’Europa accelera sulla corsa ai cavi sottomarini di classe petabit con IOEMA-1, un progetto da circa 1.600 km che collega cinque Paesi del Nord e che punta a entrare in servizio nel primo trimestre 2029.
Sullo sfondo c’è un cambio di scala nella domanda di banda: l’AI non “consuma” rete come lo streaming, la satura con trasferimenti continui tra data center, replica di modelli e sincronizzazioni a bassa latenza. La competizione è tripla. Da un lato i gruppi europei cercano capacità e resilienza su rotte strategiche; dall’altro Meta continua a costruire infrastrutture globali con il progetto Waterworth, senza una data pubblica di completamento né una capacità petabit dichiarata. In parallelo il Giappone ha mostrato risultati tecnici avanzati su lunghe distanze, ma la piena adozione commerciale su larga scala resta da dimostrare.
IOEMA-1 collega cinque hub del Nord Europa entro Q1 2029
IOEMA-1 nasce come sistema sottomarino “petabit-class” con una configurazione da 24 coppie di fibre e un tracciato di circa 1.600 km. Il disegno è concreto: collegare hub digitali nei Paesi Bassi, in Germania, in Danimarca, in Norvegia e nel Regno Unito. L’obiettivo operativo indicato è l’entrata in servizio nel primo trimestre del 2029, una finestra ambiziosa se si considera che un cavo sottomarino richiede spesso diversi anni tra progettazione, permessi, posa e collaudi.
Il progetto è entrato in una fase commerciale più intensa, con la ricerca di clienti “ancora” e di contratti che rendano bancabile l’investimento. Qui si gioca una partita meno visibile ma decisiva: senza grandi compratori di capacità, un cavo resta un’idea su carta. Un consulente del settore telecom, sentito a margine di un evento europeo, riassume in modo brutale: “Il petabit non lo paga la curiosità tecnologica, lo paga chi deve spostare dati ogni minuto tra continenti”.
C’è anche un punto critico, che in Europa pesa sempre: i tempi regolatori. I progetti infrastrutturali possono accumulare ritardi legati a autorizzazioni, approdi, vincoli ambientali e coordinamento tra giurisdizioni. Per questo la data del 2029 va letta come un target industriale, non come una certezza. Se IOEMA-1 centra la tabella di marcia, il Nord Europa guadagna una nuova rotta ad alta capacità utile per ridondanza e continuità operativa, due parole che contano quando l’AI trasforma i data center in fabbriche di traffico.
Meta spinge Waterworth, ma senza data pubblica di completamento
Meta è tra gli attori che hanno cambiato il mercato: gli hyperscaler ormai generano una quota enorme del traffico Internet globale e, sempre più spesso, costruiscono cavi propri invece di affittare capacità. Nel caso del progetto Waterworth, l’azienda sta portando avanti una rete sottomarina intercontinentale pensata per muovere dati su scala planetaria per miliardi di utenti e per sostenere carichi di lavoro che includono anche l’AI. Il punto, per chi osserva dall’Europa, è che non esiste un calendario pubblico preciso di consegna.
Questa opacità non è per forza un segnale negativo, è una scelta tipica dei grandi operatori quando i progetti attraversano molte aree geopolitiche e tecniche. Meta impiega ingegneri specializzati che seguono i sistemi end-to-end, dalla progettazione alla posa. La differenza rispetto a un consorzio “classico” è la leva finanziaria e la prevedibilità della domanda interna: se i data center di un hyperscaler devono restare sincronizzati, la capacità si giustifica da sola. Ma c’è una conseguenza: la pianificazione delle reti pubbliche rischia di inseguire le decisioni private, e non sempre i benefici si distribuiscono in modo uniforme sui territori.
Il confronto con IOEMA-1 è istruttivo: l’Europa parla di resilienza su rotte critiche e di collegamento tra hub regionali, Meta ragiona su controllo e ridondanza globale. In mezzo ci sono i carrier tradizionali e i regolatori, che devono garantire concorrenza, sicurezza e continuità del servizio. La richiesta di banda legata all’AI, fatta di trasferimenti persistenti e flussi “east-west” tra centri di calcolo, rende questo equilibrio più fragile: se un singolo approdo diventa collo di bottiglia, lo paga tutto l’ecosistema, dalle imprese ai servizi pubblici digitali.
Il Giappone testa il petabit su 7.280 km, ma la scala commerciale è aperta
Il Giappone ha mostrato un vantaggio tecnico che fa rumore: una trasmissione di centinaia di terabit su 7.280 km, affrontando un problema chiave dei cavi multicore, il crosstalk, cioè l’interferenza tra canali vicini. In laboratorio e in dimostrazioni controllate, la combinazione di algoritmi avanzati e nuove architetture di fibra ha permesso di spingere capacità e distanza, due variabili che di solito si tirano per la giacca a vicenda.
Nel dettaglio, un tassello arriva da NEC, che ha sviluppato un algoritmo di demodulazione basato su MIMO per separare segnali sovrapposti con maggiore accuratezza. Un altro tassello è legato a NTT, che ha lavorato su una linea di trasmissione in fibra multicore accoppiata capace di gestire la non uniformità del ritardo del segnale. Tradotto: più corsie nello stesso “tubo”, con strumenti matematici per evitare che le corsie si disturbino. È la direzione in cui va l’industria quando si parla di classe petabit.
Resta un’incognita, ed è quella che interessa di più agli operatori europei: la piena implementazione commerciale su larga scala non è ancora un fatto acquisito. Portare una tecnologia dal test alla posa in mare, con manutenzione, riparazioni e prestazioni stabili nel tempo, è un’altra partita. Nel frattempo governi e aziende stanno spostando l’attenzione dai soli permessi a politiche più attive, perché i cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico dati internazionale. Con l’AI che moltiplica i flussi tra data center, la gara al petabit non è una vetrina tecnologica, è una questione di competitività e di sovranità digitale.
Punti chiave
- IOEMA-1 punta al servizio nel Q1 2029 con 24 coppie di fibre su circa 1.600 km.
- Meta avanza con Waterworth, ma non ha comunicato una data pubblica di completamento né una capacità petabit dichiarata.
- Il Giappone ha dimostrato trasmissioni su 7.280 km con tecniche MIMO e multicore, ma la scala commerciale resta da verificare.
- La domanda AI cambia il profilo del traffico: trasferimenti continui tra data center e requisiti di bassa latenza.
Domande frequenti
Che cosa significa “classe petabit” per un cavo sottomarino?
Indica un sistema progettato per arrivare a capacità complessive dell’ordine del petabit al secondo, combinando molte coppie di fibre e tecniche ottiche avanzate per aumentare throughput e resilienza sulle tratte internazionali.
Perché l’AI sta facendo crescere la domanda di banda sui cavi sottomarini?
I carichi AI richiedono trasferimenti massivi e continui tra data center in regioni diverse, replica di modelli e sincronizzazioni frequenti. Questo genera flussi persistenti e ad alta intensità, diversi dal traffico consumer più “a picchi”.
Qual è la rotta prevista di IOEMA-1?
Il progetto è pensato per collegare hub digitali in Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Norvegia e Regno Unito, creando una nuova dorsale ad alta capacità nel Nord Europa con obiettivo di entrata in servizio nel primo trimestre 2029.
Che cosa rende complessa la tecnologia multicore citata per il Giappone?
Aumentare il numero di “core” nella fibra può introdurre interferenze tra canali, il crosstalk, e differenze di ritardo tra percorsi. Le dimostrazioni giapponesi hanno affrontato questi problemi con algoritmi di demodulazione MIMO e nuove linee di trasmissione.
Fonti
- Europe races IOEMA-1 submarine cable against Japan and Meta as petabit internet infrastructure push intensifies before 2030 | TechRadar
- The Strategic Future of Subsea Cables: Japan Case Study
- IOEMA-1 Advances Petabit-Class Cable Vision Across Northern Europe – Subsea Cables
- AI Meets the Seabed: How Hyperscalers Map the Deep – Subsea Cables
- The Impact of AI on Submarine Cable Networks







